giovedì 28 maggio 2009

Meg

Meg aveva un cuore cucito a mano, gli occhi neri e ogni mattina versava del latte nella ciotola del gatto.
Meg voleva tutto per sè, tutti i fiori del mondo e le stelle nel cielo
e sorrideva a denti stretti per non farsela fregare.
Meg non andava in chiesa ma ogni tanto pregava per suo padre, stroncato da una malattia dal nome strano, che aveva un suono dolce, come se uccidesse con i baci o nel sonno, e quando lo trovarono ce l'aveva ancora addosso, quel sorriso,una scheggia di luce tra due rughe di ombra.
Meg non si fidava di nessuno e non capiva mai niente,almeno così le dicevano a scuola da bambina, e le piaceva l'odore del sapone di Marsiglia, perchè dicevano avesse l'odore delle infanzie felici.
Meg camminava per strada e non guardava mai il cielo, perchè al cielo non puoi prendere nulla, ma gli occhi azzurri la inquietavano, come i bambini o l'acqua del mare.
E sorrideva a denti stretti per non farsela fregare.
Meg non sapeva suonare, ma avrebbe voluto.Non sapeva ballare,ma avrebbe voluto.E non sapeva amare, ma era meglio così.Perchè se solo una volta si fosse lasciata andare gliel'avrebbero rubata,l'unica cosa che non sentiva sua: quella scheggia di luce tra due rughe di ombra, e sorrideva a denti stretti per non farsela fregare.

martedì 12 maggio 2009

Grigio il pomeriggio

Una più, una meno
più o meno
fa uguale.
Che noia ricevere la dimostrazione
che le cose non resistono ad andare
come avevi previsto
- nei momenti di pessimismo più acuto -
come un teorema di geometria
con l'unica differenza che, in questi casi,
non c'è manco la soddisfazione di piantare a fine pagina
il ComeVolevasiDimostrare
tanto non è opera tua.

Cazzo, non ci sarà un momento buono
per smettere di fumare.

sabato 2 maggio 2009

la mia piccola Vittoria

Sarà che sono stanca
dopo una settimana a combattere sul campo di battaglia.
Zero vittime
se non qualche vecchia convinzione
un paio di ricordi d'infanzia
e un pizzico di ipocrisia.
Ma una sconfitta per lo meno fa rumore:
si lascia dietro dei rancori, sassi di rabbia
da lanciarsi addosso l'uno all'altro
e qualche bestemmia da urlare alla luna.

La mia Vittoria non sa che dire
se ne sta seduta, col suo mutismo incerto
sul trono di legno che le ho costruito apposta per l'occasione
ma è troppo alto, e tocca a terra solo con le punte dei piedi
come i bambini più piccoli sulle altalene del parcogiochi
e anche la corona di carta le sta un po' grande
ma lei non vuole che lo noti, e la raddrizza repentinamente quando mi giro di spalle.
Al banchetto di stasera, nessuno è venuto
nessuno che le baci i piedi o le canti inni di lode
e anche a me sembra non ci sia nulla da festeggiare.
Così mi lancia un'occhiata malinconica
poi abbassa lo sguardo, si scrolla di dosso la delusione
con un movimento stretto nelle spalle
e finalmente, sottovoce, mi chiede:
"E adesso?"